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È importante l’apporto di vitamina D nell’ultima parte della gravidanza

Esperti statunitensi hanno eseguito una revisione della letteratura sul ruolo della vitamina D durante la gravidanza. Molte sono le evidenze interessanti a riguardo, che concordano nel suggerire la necessità di evitare la carenza di tale vitamina nelle donne gravide.

L’integrazione con vitamina D durante la gravidanza è stata studiata a partire dai primi anni ’80 e, nonostante i numerosi studi eseguiti, ci sono ancora alcuni aspetti sull’argomento che restano da chiarire. Secondo gli autori della revisione della letteratura, dovendo assegnare una priorità di importanza, oggi si ritiene che gli effetti della vitamina D sul funzionamento del sistema immunitario siano ancora più cruciali di quelli endocrini nel regolare il metabolismo del calcio, che comunque non vanno certo minimizzati. Infatti, i primi riscontri su questa vitamina riguardano appunto il metabolismo del calcio e restano tuttora rilevanti, ma secondo Hollis e colleghi per troppo tempo ci si è limitati a considerare solo questo aspetto, ignorandone altri come la prevenzione delle alterazioni del sistema immunitario e delle neoplasie. Inoltre, andrebbero tenute in maggiore considerazione le profonde modificazioni alle quali va incontro il metabolismo della vitamina D durante la gravidanza. A partire dall’impianto della placenta nell’utero, aumenta di molto la quantità di 1.25-idrossivitamina D prodotta nell’organismo e riversata nel sangue. Ciò fa sì che, a volte, si raggiungano concentrazioni molte elevate di questa molecola, fino a 300 pg/ml. Al di fuori della gravidanza, livelli simili, ma anche inferiori, a partire da 80 pg/ml, esporrebbero al rischio di effetti negativi della vitamina, come l’ipercalcemia, vale a dire l’eccessiva concentrazione di calcio nel sangue. Gli autori della revisione hanno riportato tre ipotesi relative alla sede di questa elevata produzione di 1.25-idrossivitamina D: i reni della madre, i reni del feto o la placenta. Tutti e tre questi organi hanno il potenziale metabolico di produrre la molecola ma, al momento dell’impianto della placenta, quest’ultima e i reni del feto non hanno ancora dimensioni e strutture tali da sostenere tale funzione, quindi è più probabile che a produrre la 1.25-idrossivitamina D siano i reni materni. Gli autori nell’articolo hanno fornito ulteriori dettagli, sia riguardo alle evidenze a supporto della capacità di questi organi di produrre la molecola, sia sui meccanismi che, durante la gravidanza, evitano i danni all’organismo potenzialmente prodotti dalle elevate concentrazioni di vitamina D. Un’altra parte dell’articolo passa in rivista i risultati delle ricerche che sono state eseguite per verificare gli effetti dell’integrazione con vitamina D durante la gravidanza. Gli autori hanno ricordato che, quando hanno presentato per la prima volta a un Congresso del 2009 i risultati di uno studio da loro eseguito in questo campo, tali risultati non furono creduti. Da allora è passato molto tempo e sono state eseguite tante altre ricerche e, in tempi recenti, si è dimostrato che l’integrazione con vitamina D va iniziata il più precocemente possibile in gravidanza e che, anzi, la sua somministrazione nella fase precedente al concepimento ha anche un effetto protettivo nei confronti dello sviluppo della preeclampsia, cioè del quadro che precede l’eclampsia. Nella revisione della letteratura sono stati riportati anche aggiornamenti circa la metodologia applicata per studiare gli effetti dell’integrazione con vitamina D e sulla sicurezza di tale approccio.

Nelle conclusioni gli autori hanno citato un medico britannico, nato alla fine dell’800 e che è stato un antesignano della nutrizione pediatrica, per sottolineare l’importanza di prevenire la carenza di vitamina D durante la gravidanza. D’altra parte, quando si rendesse necessaria un’integrazione con la vitamina, è bene farla sotto controllo medico, perché risulti efficace e sicura.