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Ginecologia: il trattamento dei fibromi è sempre più di tipo conservativo

La tendenza di tutta la Medicina moderna nelle diverse discipline è ormai quella di limitare il più possibile l’invasività della chirurgia demolitiva e di mantenere un approccio conservativo nella gestione delle patologie, a maggior ragione quando si tratta di patologie benigne.

Il trattamento delle patologie ginecologiche benigne

Lo stesso orientamento viene adottato anche per il trattamento delle patologie benigne di ambito ginecologico (fibromi ed endometriosi le due più diffuse). Negli ultimi anni infatti, i protocolli della ginecologia – specie in riferimento al trattamento dei fibromi uterini – vertono sull’evitare il più possibile procedure chirurgiche invasive come la miomectomia e demolitive come l’isterectomia, intervento quest’ultimo non esente da effetti collaterali anche gravi, come lesioni a carico dell’apparato urinario (lesioni ureterali o fistole) senza tralasciare i rilevanti effetti psicologici legati a una modificata percezione della propria femminilità.

Nonostante questo approccio di tipo conservativo, nel nostro Paese in ambito ginecologico i fibromi restano ancora la principale indicazione chirurgica dopo il taglio cesareo e la più rilevante voce di spesa sanitaria, con dati che dimostrano quanto sia importante contrastare il dilagare di isterectomie improprie e di interventi chirurgici inutili. Io stessa in qualità di ginecologa forense e consulente nell’ambito della responsabilità ginecologica e ostetrica, ho avuto modo di occuparmi nel tempo di diversi casi inerenti danno medico da isterectomie improprie.

La scelta del protocollo terapeutico per le fibromatosi

Ad ogni modo la scelta del protocollo terapeutico, soprattutto quando si tratta di fibromatosi uterina con sintomi lievi o assenti, così come la decisione su quale tipo di trattamento conservativo seguire, dovrebbero essere sempre discusse e concordate dal medico con la paziente stessa. È importante considerare la sua storia personale, sessuale e riproduttiva per adottare un approccio che rispetti le sue aspettative. C’è inoltre un altro aspetto rilevante da tenere presente, emerso da varie ricerche epidemiologiche, che correlano la probabilità di essere sottoposti a un intervento di isterectomia non solo alle condizioni cliniche della paziente, ma anche alla sua capacità decisionale, al suo livello socioeconomico e alla quantità di informazioni ricevute. In altre parole, estremizzando si potrebbe dire che le probabilità di ricorrere all’isterectomia paiono inversamente proporzionali al grado di consapevolezza della paziente.

Uno studio condotto da Zimmermann et al. su 21.479 donne provenienti da cinque Paesi, tra cui l’Italia, stima che il fibroma uterino interessi dal 9,8% al 23,6% delle donne in età fertile, corrispondente a oltre 3 milioni di persone in Italia. Inoltre, quasi il 70% delle donne raggiunge l’età di 50 anni con almeno un fibroma, con un picco in fase di pre-menopausa, tra i 40 e i 50 anni. Le donne affette da queste forme benigne note anche come miomi, in alcuni casi possono sperimentare sanguinamento anomalo con anemizzazione, mestruazioni abbondanti e dolore pelvico.

L’ orientamento farmacologico e le principali indicazioni per la miomectomia

L’attuale orientamento medico farmacologico è quello di agire con terapie di ultima generazione come quelle dei principi attivi delle anti-gonadotropine combinati a farmaci ormonali, che hanno come scopo primario quello di controllare i sintomi principali della patologia, ovvero l’emorragia e il dolore, migliorando notevolmente la qualità della vita delle pazienti.

Al netto delle soluzioni alternative al bisturi, le principali indicazioni alla rimozione dei fibromi restano comunque quattro:

  1. fibroma sottomucoso, vicino all’endometrio, quando si cerca una gravidanza
  2. fibroma che cresce molto rapidamente
  3. fibroma che causa emorragie non altrimenti trattabili
  4. fibromi che comprimono la vescica o l’intestino con disturbi vari
  5. utero che raggiunge dimensioni tali da essere parificabile a quello di una donna alla ventesima settimana di gravidanza, quando va a toccare l’ombelico (linea ombelicale trasversa)

Negli altri casi le terapie mediche attualmente disponibili si rivelano così un’importante opzione di trattamento per alleviare i sintomi da moderati a severi, offrendo un’alternativa conservativa e non chirurgica alle donne adulte che ne sono affette, specie nei periodi fertili prima della menopausa. Dopo un’accurata valutazione della storia clinica e familiare della paziente, il medico le può prescrivere per bloccare specifici recettori nel cervello. Questo blocco inibisce le ovaie nel produrre estrogeno e progesterone, abbassando così i livelli ematici di questi due ormoni. Di conseguenza, si riduce la stimolazione dei fibromi uterini e si alleviano i sintomi ad essi associati.